Diario di Battaglia: Le Ninfee di Monet - Tiziana Tommasi
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Diario di Battaglia: Le Ninfee di Monet

Diario di Battaglia: Le Ninfee di Monet

Si potrebbe cominciare il discorso introducendo l’impressionismo, le opere giovanili di Claude Monet, la pittura en plain air. Oppure psicanalizzare la conseguente rappresentazione ossessiva della natura e dello scorrere del tempo, dipinto attraverso la scelta dello stesso soggetto ripetuto più e più volte ma variandone i colori a seconda delle diverse condizioni di luce, così come ha fatto quando ha realizzato le oltre cinquanta tele del ciclo della Cattedrale di Rouen o le quindici tele dei Covoni. Tutto questo, però, lo si può trovare in qualsiasi manuale di storia dell’arte. Ciò di cui voglio parlare, invece, è il lato umano dell’artista e l’impatto che la sua malattia ha avuto sulla sua produzione, non come storica o critica dell’arte, perché non lo sono, ma come una semplice disegnatrice che convive con una malattia cronica: certo non così invadente come la cataratta di cui soffriva Monet, ma pur sempre debilitante.
Ciò che si può intuire dalle sue opere è proprio quello a cui ho accennato prima: la rappresentazione della natura, della luce, del colore e l’immersione totale in esse. Tutto questo passava principalmente attraverso la sua vista, ma è proprio questa ad essergli mancata a un certo punto. A parte un incidente che nel 1900 lo rende temporaneamente cieco a un occhio, a partire dal 1908 la vista di Monet, ormai sessantottenne, comincia sempre più a indebolirsi; nonostante questo, però, il pittore parigino continua a dipingere fino alla morte, avvenuta alla veneranda età di ottantasei anni. Monet era un perfezionista e non si accontentava mai del primo abbozzo: riprendeva più e più volte la stessa opera. Questo mi fa pensare a una notevole forza di volontà dell’artista che, a causa della sua cataratta, non riesce più a essere preciso come un tempo. Ma gli è impossibile stare lontano dalla pittura e dalla natura e, continuando imperterrito a dipingere, crea, proprio grazie a quella malattia, qualcosa di nuovo: i riflessi sull’acqua, le ninfee galleggianti, i colori del giorno che mutano si riflettono ancora nelle sue enormi tele sempre più astratte, ma di una forza assolutamente inequivocabile, come nelle Grandes Décorations esposte al Musee de l’Orangerie.

Nel 1899, prima ancora dell’insorgere della malattia, Monet inizia a dipingere dal suo giardino a Giverny le ninfee sul pelo dell’acqua, tema al quale dedicherà, nei ventinove anni seguenti, oltre 250 opere: opere mai uguali a se stesse, ma in continuo mutamento, perdendo piano piano la linea della riva del fiume, i dettagli della ninfea, mantenendo la forza del colore e della luce e arrivando, senza probabilmente rendersene conto, all’essenza stessa della sua produzione.