X Biennale Giovani 2018 - Tiziana Tommasi
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X Biennale Giovani 2018

X Biennale Giovani 2018

Anche in un piccolo paese di provincia si possono costruire dei terreni vivi e fecondi. È quello che succede nella realtà del Museo di Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti, dove in questo periodo si svolge da più di vent’anni la Biennale d’Arte dei Giovani. Quest’anno i curatori della mostra, aperta dal 20 ottobre al 25 novembre, hanno selezionato artisti davvero interessanti e variegati, che hanno dato la loro interpretazione della tema principale della Biennale, Arte e rêverie, con tecniche e sfaccettature più disparate.

Tutti gli artisti sono stati davvero interessanti, da “Nostalgia” di Nicola Amato, che realizza una traccia sonora che riporta ai luoghi della memoria e un perimetro nel quale il visitatore è tenuto a entrare, creando così una linea simbolica da oltrepassare portando a un interazione tra spazio e corpo, agli “Assemblaggi” di Luca Moscariello, che dipinge strutture d’interno piene, famigliari ma anche precarie che rappresentano le strutture stesse su cui costruiamo i rapporti allacciati nella nostra vita. Ma io non sono un critico d’arte, i curatori della mostra e i loro giovani critici hanno fatto un lavoro egregio nella loro selezione e interpretazione, quindi consiglio tutti di andare a vedere la mostra. Per il momento, non me ne vogliano gli altri artisti che non ho citato, parlerò di quelli che hanno colpito me.

 

Come disegnatrice non posso non apprezzare le opere di Angelo Maisto, dei meravigliosi acquarelli dalla tecnica impeccabile, elementi naturali immersi nel bianco e giocosi animaletti costruiti con oggetti di uso comune, modelli degli stessi personaggi presenti nei suoi lavori. L’artista dona la vita a questi soggetti inanimati cercando per loro un habitat e una vita propria, riproposta poi nei suoi locus amoenus, creando così luoghi sospesi tra l’elemento naturale e quello irreale. La ricerca e la trasposizione di casa come habitat naturale del proprio essere, ma, secondo la mia interpretazione, anche un paradosso, dove la casa non è qualcosa di costruito, ma è la natura stessa, e gli artifici sono gli “inquilini” che la abitano, come noi costruiamo noi stessi attraverso la vita.

La complessità di un’opera però non sta unicamente nella sua esecuzione tecnica e nel risultato. Il visitatore deve essere pronto e aperto a ogni interpretazione, imparando a diventare prima di tutto ascoltatore e lettore, cogliendo poi nelle opere i dettagli che erano sfuggiti alla prima impressione e collegando le proprie conoscenze con ciò che ha di fronte: solo così il visitatore può entrare in contatto con l’opera, senza fermarsi alla prima impressione, che non potrebbe risultare altro che una visione superficiale. È anche vero però che spesso si incappa nel problema contrario, dando il titolo di opera d’arte a qualunque cosa non abbia un vero e proprio significato. È di questo che trattano le opere ironiche di Daniele Sigalot, che gioca con il visitatore e con le proprie opere realizzando sculture piene di contrasti: un areoplanino di carta realizzato però con alluminio e acciaio, specchi che riflettono la propria immagine ma anche la sagoma dell’artista, un tappeto rosso realizzato con migliaia di pastiglie (o almeno quante noi esseri umani ne potremmo prendere nello spettacolare arco della nostra vita). La pop art, la contemporaneità, l’ironia e il ritorno all’infanzia si mischiano nella visione di questo artista, che critica non troppo sottilmente la società e le sue ossessioni, invitando il visitatore allo svago nelle sue opere.